1 settembre 2016

Che gran scrittore Lorenzetto

Peccato solo che abbia torto...

 

di VITTORIO FELTRI

 

Stefano Lorenzetto, veronese incapace di staccarsi da Verona, che considera l’ombelico del mondo, è un grande giornalista e lo era anche da piccolo, nel senso di molto giovane. È nato con un formidabile talento incorporato ed è cresciuto cercando di dissiparlo senza però riuscirci del tutto, tanto è vero che continua a distinguersi per bravura e quantità produttiva. Scrive notte e giorno: articoli, specialmente interviste (la sua inimitabile specialità), libri a iosa. Forse scrive anche sui muri per tenersi in allenamento. E io che lo apprezzo leggo la sua prosa deliziosa dovunque, perfino su riviste che compriamosolamente lui e io.
Andare d’accordo con Stefano è più difficile che avere buoni rapporti con la suocera più pestifera. Parlargli è piacevole fino a che, all’improvviso, senza che te ne accorga, si adombra e diventa antipatico. Basta un nonnulla a irritarlo: una parola storta, un concetto che non condivide, una frase che giudica inopportuna. Vuole sempre avere ragione e quasi sempre ce l’ha. Le sue opere sono numerose e non le ricordo tutte. Alcune recano anche il mio nome quale coautore, ma la fatica maggiore nel comporle è stata sua. Io sono pigro, lui è iperattivo. Lavora troppo per avere successo pieno, non gli resta tempo per curare la carriera. Avere Lorenzetto in squadra è una benedizione per la qualità che vi porta e una maledizione per i problemi di rapporti che vi crea.
Il suo stile è impeccabile. Ricorda quello dei migliori (pochi) suoi conterranei (veneti): Marchi, Nascimbeni, Parise, Berto. Padroneggia l’italiano, di cui è custode rigoroso sino alla pedanteria. Affidargli un pezzo da passare significa predisporsi ad atroci sofferenze. Ti segnala anche la più piccola imperfezione, che talvolta tale non è, ma è una semplice licenza dialettale. Lo devi sopportare perché in fondo la sua perizia ti salva da figure di merda.
Conosco Stefano da oltre 30 anni. È stato mio vicedirettore (vicario) al Giornale all’epoca in cui succedetti a Montanelli. Faceva tutto lui. Raramente ho osato contraddirlo. Quando l’ho fatto me ne sono pentito. Discutere con lui significa soccombere per sfinimento. Egli ha tanti difetti sovrastati da pochi pregi di alto livello. Gli sono grato per quanto ha dato al giornalismo, e a me, ricavando meno di quanto meritasse.
Oggi esce con questo libro che esalta il no al prossimo referendum confermativo. Lo si legge di un fiato e lo si gradisce per la limpidezza del linguaggio. Le idee sono espresse con chiarezza e proprio perché le ho capite bene le respingo in toto. Ho la sensazione che egli abbia torto, come sempre. Ma è questa la sua forza, il motivo per cui Lorenzetto è il collega che stimo di più. Alla lunga mi fa sentire alla sua altezza. Probabilmente sbaglio.

 


 

 

27 maggio 2016

“Giganti”. Stefano Lorenzetto esercita

l’arte della maieutica e compone

una nuova galleria dei suoi “tipi italiani”

 

di ALDO CAZZULLO

 

Chi sa di giornalismo sa che l’intervista, insieme con l’inchiesta – quella vera –, è di gran lunga il genere più difficile. Il reportage e il commento sono molto più semplici. Certo, devi andare sul posto, parlare con la gente, studiare, prepararti. Ma sei comunque solo con te stesso. L’intervista presenta questa complicazione: l’intervistato. E l’intervistato non è lì ad aspettare te (se lo è, sono interviste che non lasciano traccia). Puoi decidere di fare bella figura occupando la scena, magari alterando le domande, giocando la parte di chi gliele canta chiare. Oppure puoi lavorare sulla persona che hai di fronte, sino a cavargli fuori le cose che aveva dentro e non pensava di poter dire. Poi nella stesura devi sintetizzare, rispettando le parole e il pensiero dell’intervistato, ma anche trovando la forma più scorrevole e incisiva possibile. Meno l’intervistatore occuperà la scena alla fine, migliore sarà l’effetto; il lavoro resta dietro le quinte. Ci sarà chi non lo capisce, o finge di non capire: pazienza.
Stefano Lorenzetto usa questa tecnica. Non a caso è un intervistatore straordinario. Uno dei migliori giornalisti italiani. Ho amato tutti i suoi libri, a cominciare da Cuor di veneto, che rende giustizia alla regione più maltrattata e sottovalutata d’Italia; ma i migliori sono quelli in cui dà la parola a chi non l’ha mai avuta.
Già Tipi italiani era un autentico viaggio nella nostra provincia profonda attraverso una galleria di personaggi. Ora con Giganti – pubblicato come sempre da Marsilio – Lorenzetto porta in scena «italiani seri nel Paese del blablà».
C’è il cieco amico di Bocelli diventato il mago dei suoni del cinema (meraviglioso il racconto della morte di Michelangelo Antonioni). Abramina Pirlo, la circense che assiste nel suo camper il figlio ex trapezista ora disabile. La madre di due poliziotti caduti in servizio. L’imprenditore che assume i malati. La donna che ha incontrato 60 mila genitori che hanno conosciuto la massima disgrazia data in sorte a un essere umano, sopravvivere a un figlio. L’altra donna che vive a Malpensa da sedici anni. L’industriale che possiede il maglio più grande del mondo ma non ha potuto montarlo in Italia ed è dovuto andare in Texas («g’ho ciamà i me tosi a Houston…»). Il suo collega che si batte per i cattolici prigionieri nei laogai, i lager cinesi. Il medico che cerca donatori di musica.
Poi ci sono i personaggi pubblici. Ermanno Olmi che racconta la sua amicizia con Celentano lunga mezzo secolo. Liliana Segre che rievoca Auschwitz. Giorgio Boatti che smonta la comunità di Bose. Onestamente, non tutti mi sono parsi convincenti. Si capisce benissimo, ad esempio, che il vescovo Luigi Negri vede papa Francesco come il fumo negli occhi; però trova sempre un giro di parole per non ammetterlo. E Piero Buscaroli è ancora fermo all’idea della Resistenza voluta solo dai comunisti (e Mozzoni? Montezemolo? Artom? I carabinieri delle Ardeatine? Sogno? Galimberti? Fenoglio?). Pazienza. Le parole appartengono a chi le dice; e compito dell’intervistatore non è ricercare la medietà, che spesso confina nella mediocrità. Con tutti Lorenzetto applica la propria arte maieutica. E da tutti cava fuori cose che non pensavano di poter dire.

 


 

 

26 aprile 2016

Preghiera

 

di CAMILLO LANGONE

 

Sant’Agostino, tu definisti l’invidia il peccato diabolico per eccellenza e dunque spero leggerai benevolmente queste mie righe nelle quali esorto ad ammirare Stefano Lorenzetto e il suo Giganti (Marsilio). Il sommo intervistatore vi intervista Marco Bartoletti che salva i malati di tumore dalla disoccupazione, Paola Bonzi che salva i bambini e le madri dall’aborto, Daniele Kihlgren che salva i borghi appenninici dall’abbandono, Costanza Miriano che salva i coniugi dal divorzio, padre Alfredo Maria Paladini che salva i carcerati dalla disperazione, Eugenio Pol che salva il pane dal lievito di birra, Riccardo Ruggeri che salva i lettori di economia dagli amministratori delegati… Alla decadenza antropologica d’Italia, Lorenzetto oppone le sue magnifiche eccezioni e così il suo libro equivale a una dose di ormone della crescita e leggerlo significa potare la gelosia e innaffiare la meraviglia.

 


 

 

26 marzo 2016

Dai borghi degli Appennini alle Ande

Imprese eroiche di gente normale

 

di MARZIO BREDA

 

Una comunità sotto narcosi, che neppure mugugna. Un popolo intorpidito dall’overdose di chiacchiere (lo «storytelling elevato a forma di governo») distillate da una classe dirigente in pieno delirio narcisistico. E un premier che si fa forte di una pretesa «assenza di alternative all’infuori di me» e, proiettandosi molto al di là della normale autostima, lancia interdetti contro chiunque esprima dubbi sulla ripartenza del Paese sotto la sua guida. Una Repubblica dove ormai rischia di entrare in crisi il concetto stesso di democrazia rappresentativa e dove «mancano gli uomini, mentre abbondano gli ometti». Cioè pigmei senza alcun respiro etico, capaci solo d’inventare «favole della buonanotte per mettere a letto felici gli italiani».
È dura fino ai toni dell’invettiva, la denuncia di Stefano Lorenzetto sullo stato dell’Italia oggi. Così sconfortata e disperante da spingerlo a cercare qualche antidoto per quanti s’indignano come lui e, rifiutando la retorica dell’ottimismo, si deprimono all’idea di appartenere alle prime generazioni «che consegneranno ai figli un futuro ben peggiore di quello che abbiamo avuto in eredità noi». Gli antidoti in grado di farci recuperare fiducia, nonostante l’aria di sfascio, sono le 35 storie che questo intervistatore-principe ha raccolto in Giganti. Italiani seri nel Paese del blablà (Marsilio editore).
Persone quasi sempre sconosciute e che il giornalista propone perché li lega un rapporto morale con il mondo. Succede con Marco Bartoletti, ex tornitore e assicuratore fiorentino, che ha fondato un’azienda cui si affidano i maggiori marchi del mondo per le loro borse (da Cartier a Hermès a Prada) e assume malati di tumore, disabili psichici e pensionati, pagando alle gestanti quasi 2 anni di stipendio «purché restino a casa». Il suo è evidentemente un buon investimento, considerato che ha visto crescere il fatturato dell’11 mila per cento in 12 anni. Altro caso, quello di Pietro Gamba, operaio divenuto medico che 25 anni fa ha scelto di andare con la moglie biologa a vivere sulle Ande, a 3.200 metri d’altitudine, dove ha aperto un ospedale per curare i campesinos. Ovviamente gratis.
Nuovi «giganti», che s’ispirano alle tre virtù indispensabili per ogni buona vita: «La gravitas, intesa come serietà, la dignitas e la pietas». Valori difficili da coltivare. Specie se si parte con un tremendo svantaggio, com’è toccato a Bruno Carati, di Castelseprio, nel Varesotto, la cui vicenda è diventata uno spettacolo teatrale. Tetraplegico dalla nascita, dipinge senza mani e ha mantenuto la famiglia (anche la moglie è priva dell’uso del braccio destro) con i suoi quadri, «rinunciando alla pensione d’invalidità e mantenendosi da solo». Altra vicenda esemplare, quella di Daniele Kihlgren. Suo nonno creò la Ericsson e salvò molti ebrei dalle deportazioni naziste; lui, abbandonato a due anni, dopo un’esistenza spericolata tra droga e Aids, ha comprato borghi diroccati e spopolati tra l’Abruzzo e Matera (in Italia così ce ne sono 2 mila) e li ha fatti rivivere trasformandoli in alberghi diffusi. Risultato: posti di lavoro e rilancio dell’anagrafe.
Infine, parabola di vero eroismo, la storia di Maria Teresa Salaorni Turazza, cui hanno ucciso gli unici due figli, poliziotti. Il primo caduto sventando una rapina, il secondo per fermare un serial killer. Ha raccontato a Lorenzetto: «Ho perso la memoria per cinque anni. Ero ogni giorno in questura, correvo incontro a tutti. Non incolpo Dio. E ho perdonato. I genitori degli assassini stanno molto peggio di me». Ora fa da mamma a tutti gli agenti d’Italia. Ecco i giganti d’oggi, altro che blablà.

 


 

 

26 aprile 2014

Le pagelle di Feltri

a 50 anni di Italia

 

di SERGIO FRIGO

 

Dieci e lode a due giornalisti, Oriana Fallaci e Nino Nutrizio; solo due ad un’altra collega, Camilla Cederna, e a due politici, Gianfranco Fini e l’ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi: sono le pagelle assegnate da un maestro un po’ particolare come Vittorio Feltri, nel suo nuovo libro Buoni e cattivi, scritto con Stefano Lorenzetto e appena pubblicato da Marsilio (€ 19,50): un tomo di 540 pagine, con 211 “candidati” che potrebbero anche essere suddivisi fra “amici e nemici”, vista la soave perfidia che il giornalista bergamasco riserva ai suoi “antipatizzanti”. Va detto che una certa prevedibilità nelle promozioni e nelle bocciature (riscattata dal sorprendente 9 attribuito a Marco Travaglio, «forse il più bravo giornalista d’Italia») e qualche omissis su questioni che hanno visto Feltri attore in prima persona, sono gli unici difetti di un libro denso di fatti, ricco di retroscena e decisamente divertente. Tra le sue pagine sfilano - anzi, meglio: vengono sorpresi - i protagonisti degli ultimi cinquant’anni di vita italiana, politici e giornalisti in primis, ma anche scienziati e soubrettes (Umberto Veronesi e Michelle Hunziker, ad esempio, entrambi gratificati di un 10) rivelati nei loro vizi e virtù, nei successi e nelle disavventure (come la rovinosa caduta dell’ex presidente Ciampi durante una... gara di corsa con la moglie Franca). Ecco dunque Berlusconi (voto 9, anche se è «sincero solo quando mente»), che offre a Feltri l’assunzione mentre il giornalista viene assalito da un’irrefrenabile diarrea; ecco Agnelli, inchiodato a un irrimediabile 3, per aver distrutto la Fiat e farsi ricordare solo per «l’orologio sopra il polsino e la cravatta sopra il pullover»; ecco Renzi (5), Napolitano (4.5), D’Alema (7): Baffino, per la cronaca, è l’unico esponente del centro-sinistra a meritarsi una sufficienza piena (a Prodi va uno stitico 6).
Imperdibili le ricostruzioni dei rapporti di Feltri coi colleghi più illustri: punzecchia Montanelli (ha tradito Berlusconi), demolisce Biagi e Bocca (il primo «ha scritto più libri di quanti ne abbia letti», il secondo era «una grandissima carogna»), ma attribuisce loro rispettivamente un 10 e due 9, perché sono stati dei grandi del giornalismo. Ma dà un 10 anche a Vespa e un 8 a Scalfari, al quale pure non risparmia nulla. E ne ha anche per Belpietro e Sallusti (voto 7), con cui ha fondato e diretto giornali.
Qualche capitoletto è dedicato ai veneti: Tina Anselmi, ad esempio, per la quale Feltri non nasconde una decisa antipatia (voto 3); «in un mio articolo, sbagliando, l’ho data per morta - scrive perfidamente - ma non se n’è accorto nessuno. Segno che non si avverte la sua mancanza dalla scena pubblica». Per “farsi perdonare” ne ricorda la riforma sanitaria, indicata ingenerosamente come l’origine della “mangiatoia” nazionale nella sanità, e la corposa inchiesta parlamentare sulla P2, a cui corrisposero le assoluzioni degli adepti alla loggia massonica da parte della magistratura. “Meglio” di lei se la cava persino Renato Baron (voto 4), il veggente di Poleo (Schio) poi finito sotto inchiesta (e infine assolto, e scomparso nel 2004) per abuso della credulità popolare; meglio (5) anche il faccendiere veronese Adriano Zampini, che nel 1983 fu il precursore di Tangentopoli.
Risalendo la classifica, si merita un 7.5 Renato Brunetta, “tipetto peperino”, con un unico difetto: «quando mi incontra pretende l’abbraccio con il bacio, e il giorno dopo mi si acuisce il mal di schiena». Ben 9, infine, ottiene il banchiere Ennio Doris, di Tombolo, immortalato mentre (anonimo impiegato dell’Antoniana di Padova) tampina per ore Silvio Berlusconi a Portofino fino a strappargli una partnership fifty-fifty nella sua Mediolanum.
Un cenno spetta ad un altro veneto, il coautore veronese Stefano Lorenzetto, che di Feltri fu vicedirettore al Giornale e che gli ha già dedicato un libro di successo (Il Vittorioso) nel 2010: per lui («il miglior intervistatore italiano mai esistito», copyright Premio Agnes) si può forse parafrasare quello che il veggente Baron dice della Madonna, «i concetti sono suoi, io sono lo strumento che trascrive»; e Feltri sarà pure la Madonna, ma nel giornalismo la trascrizione fa la differenza...

 


 

 

21 giugno 2013

Anna la cantante, il regista

e gli altri «leoni» veneti

 

di LUCIANO FERRARO

 

Stefano Lorenzetto è un veneto stacanovista e astemio. Così astemio da far scrivere a Camillo Langone: «Se uscisse dal tunnel della sobrietà diventerebbe il nuovo Sergio Saviane». Proprio al corrosivo giornalista trevigiano Lorenzetto dedica uno dei ritratti di Hic sunt leones. Il libro (Marsilio, 332 pagine, 18 euro) è una carrellata di personaggi straordinari, carichi di forza e ironia, incrociati sulle strade del successo o osservati nei vicoli del malaffare. Come Vincenzo Pipino, il ladro gentiluomo di Venezia, il doge delle ruberie (3.000 furti all’attivo, scrive Lorenzetto), l’uomo che ha svuotato i piani nobili dei palazzi sul Canal Grande, con l’accortezza di non rovinare le tele del Canaletto e l’argenteria rubata (svuotava le zuccheriere su una salvietta di lino per non sporcare).
Il libro sembra il secondo capitolo di un romanzo, quasi una saga, che fa capire il Nordest meglio di molti saggi, dando voce e volte ai suoi abitanti.Il primo, «Cuor di veneto», è uscito nel 2010. Racconta Lorenzetto: «Ho una vera ostinazione a narrare la mia terra, dove sono tornato a vivere 15 anni fa dopo circa 3 anni di deportazione a Milano come vicedirettore vicario di Vittorio Feltri al Giornale».
Il titolo fa riferimento al Leone di San Marco e al coraggio da leone dei veneti. Lo spunto è venuto da una frase di Anna Benedetti: «Mi sono sentita un leone, fortissima». Anna, cantante, sposata con Gianluca Anselmi, musicista, è un’altra «notevole» nella carrellata veneta. È la mamma di Lucy, una bimba veronese affetta dalle sindromi di Dandy-Walker e di Down, una rara combinazione. Chi ne è portatore è privo di una parte del cervelletto. Il giorno dell’ecografia la coppia pensò all’aborto. Racconta lei: «Cosa potevo saperne del futuro di Lucy? E mi ripetevo: non sono io che devo decidere per lei. Poi di notte, nel dormiveglia, all’improvviso spalanco gli occhi e vedo una luce accecante, con dentro una frase: "Luce invadi". Una cosa fortissima, che mi ha attraversato. Lucy gridava che ce l’avrebbe fatta».
Storia dopo storia (sono 25), svanisce l’immagine del Veneto sgobbone ma ottuso e un po’ avido, incarognito con i foresti (i non veneti). Un’immagine banale, un pregiudizio.
Il filo conduttore dei ritratti è il coraggio. Ecco Antonio Grigolini, l’imprenditore che negli anni 50 portò il pollo (Arena) sulle tavole degli italiani. O il regista Antonello Belluco, padovano, che ha girato con mezzi propri Il segreto, film boicottato sull’eccidio di Codevigo, compiuto dai partigiani «a Liberazione già avvenuta, ad armi già deposte». E Massimo Marchiori che ha rinunciato a 10.000 dollari al mese al Massachusetts institute of technology di Boston per tornare in Italia come ricercatore, 970 euro mensili. Poi Giuseppe Ongaro, veronese, ex «tagliatore di teste», come George Clooney nel film Tra le nuvole: oggi assume solo detenuti.
«Ancora? Non starai esagerando con questi veneti?», ha eccepito la moglie di Lorenzetto, vedendo il marito stacanovista al lavoro anche a Natale per finire il libro. «Quel poco che so del Veneto coincide con tutto ciò che so della vita», è stata la risposta.

 


 

19 aprile 2013

Venticinque veneti notevoli

Veri «leones» della vita

 

di GENNARO MALGIERI

 

“Hic sunt leones”. Ma di preciso, dove? In Veneto, diamine. Stefano Lorenzetto non ha dubbi. E li elenca, li biografa, li tratteggia, li propone come modelli da ammirare. Non ha torto. Sono davvero “leoni” della migliore razza quelli che prende in considerazione. E naturalmente della sua regione che mostra di amare in maniera quasi viscerale descrivendo donne e uomini conosciuti o soltanto sfiorati che riassumono i caratteri di quella regione che ha un cuore grande e una forza la cui memoria si perde nel tempo.
Il più capace ed efficace intervistatore contemporaneo, Lorenzetto, appunto, che ci delizia dal 1999 con le sue conversazioni a personaggi sia improbabili e che famosi - “tipi”, insomma - sul Giornale, ci offre un altro libro “veneto”. E pur rendendosi conto di esagerare descrivendo la sua gente, come gli fa notare la moglie, non desiste immaginando che le storie racchiuse nelle vite pubbliche e private che propone sono paradigmatiche non soltanto di un mondo in via di estinzione, ma anche di valori che sono sempre più difficili da rinvenire tra le banalità e le volgarità del vissuto quotidiano che ci assediano, ci tolgono il respiro e talvolta la voglia di andare avanti. Il Veneto di Lorenzetto è racchiuso nelle storie che racconta, con rara efficacia e gusto antico del particolare e dell’aneddotico. Profili “universali”, direi, vengono fuori da osservazioni e ricordi che riproducono una società antica eppure nuova, dinamica, permanente tra le ferraglie della modernità nei cui interstizi sembrano appassire i sentimenti, le speranze, i sogni.
Dai “quattro veneti notevoli” - don Walter Pertegato, suo primo direttore; Cesare Marchi, letterato e poligrafo, cultore insuperato del buon italiano; Antonio Grigolini, allevatore di pulcini ed editore la cui vita ad un certo punto s’incrociò con quelle di Berlusconi, De Benedetti e Caracciolo; Sergio Saviane, giornalista di costume (ma fu molto di più) dell’Espresso e scrittore corrosivo, ma uomo fondamentalmente buono - Lorenzetto passa a descriverne molti altri, sconosciuti ai più, che hanno illustrato la sua terra come Anna Benedetti, protagonista della storia più toccante del libro, mamma di Lucy, bimba affetta da una gravissima malattia che non sarebbe mai nata senza il coraggio, la forza, la “luce” interiore di chi la stava mettendo al mondo. I veneti descritti, come fa capire l’autore, non sono “leoni che sbranano”, ma che “combattono”, rinnovando il carattere di un’antica “nazione” che nel corso dei secoli non ha mai smesso di dare all’Italia un bel po’ di quel che aveva, a cominciare dalla sua gente generosa e pietosa. I veri pilastri su cui si fonda il coraggio.

 


 

1 ottobre 2010

Il prezzo della vanità secondo Lorenzetto

 

di ALBERTO ALFREDO TRISTANO

 

La giusta distanza è la regola aurea di ogni osservazione. Restringere il campo, o ingrandirlo, procedere per dettagli, oppure mantenere visione larga dove conta la proporzione e più ancora la prospettiva. Perché conta il come oltre che il cosa descrivere. Prendete per esempio i personaggi, la gente di cui la gente parla, i vip, «le icone», le facce del dibattito pubblico. Insomma: loro. Giulio Andreotti, uomo di mondo, che il mondo amava vivere almeno quanto raccontare, raccolse in ritratti molti dei personaggi incontrati testimoniando fin dal titolo di averli Visti da vicino. Qualcosa tra la confidenza, il sussurro rubato, il particolare che si fa indizio di tutta una figura: una prossimità discreta e complice, una punta aculea usata per stuzzicare più che per fustigare. Stefano Lorenzetto, giornalista, «il più grande intervistatore d’Italia» a detta di molti colleghi da Giovanni Minoli al compianto Pietro Calabrese, porta in libreria una sua galleria, meno vasta della pinacoteca andreottiana, per la quale ha proceduto esattamente all’opposto del Divo Giulio: i suoi tipi sono Visti da lontano (Marsilio, 2011, pp. 345). Mantenendo un distacco, certo non antipatizzante ma nemmeno programmaticamente affettuoso, verso coloro ai quali pone le domande. Memore di una frase che qua e là torna nel libro, detta da Walter Lippmann, firma dell’Herald Tribune, tra i grandi columnist del giornalismo americano: «Se vuoi essere un giornalista indipendente, non devi conoscere il presidente».
Ecco, Lorenzetto i suoi personaggi non li conosce ma li va a conoscere per poi diagnosticarli in forma giornalistica, scegliendo un punto di vista quasi scientifico: stabilire dietro la celebrità quale sia «il prezzo della vanità», come recita il sottotitolo. Vanità, o anche hybris, concetto che già gli antichi greci formalizzarono per intendere l’oltraggio, la superbia rispetto agli dèi, e che tutt’oggi viene utilizzata in campo medico per una sindrome che si configura come «intossicazione da potere». Perché dal potere a non farsi logorare - per ritornare all’Andreotti - occorre ben dura pelle.
Sosteneva Luciano Bianciardi in La vita agra che «il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere». E così nella grande nuvola di riflettori e titoli di stampa in questa Italia 2011 Lorenzetto estrae un pugno di nomi di ambiti diversi, da sottoporre al suo personale tabellario della fama. Alcuni personaggi scavano una miniera di aneddoti, e in questa lista metteremmo Oliviero Toscani, capitan fracassa della fotografia, anti-comunista, anti-fascista, anti-tutto, col «sogno di dirigere la Repubblica», anche perché lì hanno «imparato dalla rivista Colors diretta da me»; Roberto D’Agostino, sacerdote di Dagospia, che ha piantato crocifissi ovunque, da quello gigantesco di Damien Hirst sulla rampa di scale della casa-redazione all’altro tatuato sulla schiena dopo essere stato salvato in extremis da una broncopolmonite: «Non volevo andare al Divino amore, mi sono fatto incidere nelle carni la croce»; o Enrico Mentana, il giornalista più noto d’Italia, laudatore del direttore più invisibile della storia, Emilio Rossi del Tg1, «e non perché mi assunse in quota al Psi», ma perché «era un “civil servant” dell’informazione, esercitava il potere per spirito di servizio». Altri francamente hanno ben poco da dire, per inconsistenza spiccano le ministre Brambilla e Gelmini, meglio la Carfagna, se non altro perché sembra liberarsi del suo complesso dell’avvenenza se confessa che sì, tutto sommato «ai miei nipoti un giorno potrò dire: guardate quant’era bella nonna».
La galleria si chiude con un’intervista che scappa all’ordine alfabetico, un pezzo fuori sacco, con Maria Romana De Gasperi e tutta centrata su suo padre Alcide, fondatore della Democrazia cristiana e uomo della ricostruzione post-bellica. Lui sì davvero visto da lontano, morto nel 1954 in un’Italia tutta diversa. Un profilo che per il cattolico osservante Lorenzetto appare assai di più che una nostalgia, ai tempi correnti.

 


 

 

22 ottobre 2010

Veneto: alle origini della vitalità

 

di MARZIO BREDA

 

Da quando negli anni Ottanta l’Italia si accorse che certe spinte protoleghiste erano destinate a mordere imponendo un’inedita «questione settentrionale», sul Veneto cominciarono a scaricarsi risentimenti mai visti prima. Il catalogo dei luoghi comuni - giocati su preti, alpini, cameriere e contadini bigotti e servili - passò dal vecchio registro benignamente caricaturale a formule sempre più incattivite. Il simpatico «polentone», più o meno tonto di natura o rintronato dall’alcol, come l’hanno tramandato film e tv, e adesso marchiato come rancoroso, xenofobo e avido. Accecato da una ricchezza che non sa nemmeno godersi, essendo culturalmente indigente e infatti, si osserva, non continua forse a parlare dialetto? I veneti sono insomma diventati, più che antipatici, ormai malati e inclini a ogni violenza e scelleratezza. E alla loro terra è assegnata la definizione di «deserto morale».
«Colpa di una visione del mondo capace di concentrarsi solo sui soldi e sul lavoro», è stato ripetuto da chi ipotizza che tra le Dolomiti e l’Adriatico si sia prodotta una versione caotica, brada e inumana, dell’ultraliberismo. Tale da modificare addirittura il profilo antropologico di quella che una volta era gente amabile e aperta, come dissero i cadorini nel 1420, il giorno in cui scelsero di farsi governare dalla Serenissima: «Eamus ad bonos venetos». Ora, se pure c’è del vero anche in alcune delle diagnosi più severe, il risultato di tanta contrapposizione sospesa tra realtà e retorica strumentale è che si sono esasperate le incomprensioni e le distanze con il resto del Paese. Nel tentativo di ridurle, Stefano Lorenzetto ha riunito in un libro, Cuor di veneto. Anatomia di un popolo che fu nazione (Marsilio, pp. 304, € 19) una serie di storie che fanno piazza pulita di molti pregiudizi e moralismi. E che aiutano a capire la rivoluzione avvenuta nel Nordest.
Pagine nelle quali il giornalista veronese fa parlare persone famose o ignote, ma tutte memorabili, le cui vicende sono in grado di correggere i più tenaci stereotipi, gratificando nel contempo l’autostima dei veneti. Il lavoro è uno dei temi ricorrenti delle 25 interviste. Ma, ed è la prima sorpresa, il lavoro qui non risulta inteso secondo la maledizione biblica che accompagnò la cacciata dal Paradiso terrestre: «Uomo, guadagnerai il tuo pane con il sudore della fronte». No, per chi si racconta nel libro il lavoro non è né una punizione né un dovere, «è il senso stesso del vivere». Uno scatto, laico e quasi alienante, della mistica che i manovali cattolici di Vicenza cantavano nell’Ottocento: «Nell’officine, sull’arse glebe, / noi lavoriamo lieti e contenti / non come suole torbida plebe / che l’aure assorda d’insani accenti: / fidi operai dell’Evangelo / noi, lavorando, pensiamo al cielo». Si spiega così il marchio di «cinesi d’Italia» affibbiato ai veneti, per i quali, sì, «il lavoro stanca, ma il senso d’inutilità uccide».
E uno di questi «cinesi» è il medesimo Lorenzetto, stakanovista felice. Rallentare con lo slow work? Impensabile, per l’autore di Cuor di veneto. Che estremizza le sue tesi rammentando provocatoriamente il valore della povertà vissuta, scriveva Jean Giono, come «lo stato della misura». Ed eccolo sterilizzare la parodia dei «polentoni» intolleranti ed egoisti attraverso la parabola di Massimo Colomban, l’imprenditore di Permasteelisa (4.500 dipendenti), ritiratosi in un castello, che ha regalato la sua azienda da 2.000 miliardi di fatturato ai propri manager. O dare la parola ad Angelo Bonfanti, padre di una cooperativa che cura i matti con il lavoro, guarda caso, e a quanto pare funziona.
Figure che, più di tanta sociologia improvvisata, diradano certi malintesi sul Veneto di oggi e lasciano capire la genesi di una vitalità antica e quasi barbarica e che ora si intensifica con un effetto moltiplicatore nel successo. C’è il grande fotografo di Venezia Fulvio Roiter e Eugenio Benetazzo, il Beppe Grillo dei poveri che insegna come salvare i risparmi nel Titanic Italia. C’è uno strepitoso «ultimo cicisbeo» Tinto Brass, che rinnega tutte le rivoluzioni «tranne quella sessuale» e scherza sul proprio epitaffio: «Fu vera gloria? Ai posteriori l’ardua sentenza». E, ancora, il nuovo Marco Polo, il cercatore di ossa, il capo dei Serenissimi che espugnarono San Marco, il decano dei gondolieri, il mastro vetraio, il «beato fra le donnine» (Milo Manara) e tanti altri.
Alla fine il ritratto della Regione, secondo Lorenzetto, è questo. Contraddittorio, magari, e però incontestabilmente veridico. «I veneti che mugugnano ma sgobbano, che protestano contro la rapacità dello Stato ma pagano le tasse, che sognano l’indipendenza ma non si appellano a vallate in armi, che si mostrano sospettosi con gli stranieri ma ne accolgono più di qualsiasi altra Regione dopo la Lombardia, che non sono ancora pronti a fondere il bianco col nero ma continuano a mandare i missionari in Africa, che sembrano aridi ma vantano un’impressionante fioritura di opere buone, che tirano su capannoni ma si struggono di nostalgia per le ville palladiane, hanno ancora quest’enorme fortuna: di ricordare da quali sacrifici è scaturita la loro ricchezza e di vivere come se l’incantesimo potesse rompersi da un momento all’altro».

 


 


 

2 ottobre 2010

Un paraplegico è il Nettuno dell’Atlantico

 

di FERDINANDO CAMON

 

Sono 25 ritratti di personaggi noti o sconosciuti, ma tutti memorabili. Il più memorabile è Andrea Stella, paraplegico da quando gli hanno sparato quattro colpi di pistola in Florida, drogati che volevan rubargli l’auto. Da allora sta in carrozzina. Pareva destinato a una mezza vita. E invece vive una super-vita. S’è costruito un catamarano di 17,5 metri, attrezzandolo in modo che sia governabile da paraplegici, ha compiuto la traversata dell’Atlantico, e da allora la sua vita è una sequenza d’invenzioni e audacie. Alla domanda: «Cosa può fare un paraplegico?», risponde: «Tutto». E all’altra domanda, più crudele: «Cos’è stata per lei l’aggressione che l’ha reso paraplegico, una disgrazia?», risponde ridendo: «Fortuna. Ho conosciuto un mondo che mi ha migliorato». Grande, di una grandezza prometeica.
Grande, ma di una grandezza zen, Massimo Colomban: vive a Cison di Valmareno (TV), in un castello sterminato, che contiene un hotel, un centro benessere, tre teatri, quattro sale congressi, due ristoranti, otto bar. E sette ascensori. Lui lo paragona al castello di Ludwig. Ma non è per questo che sta nel libro di Stefano Lorenzetto Cuor di veneto. Colomban era il padrone della Permasteelisa, 4500 dipendenti, 2 mila miliardi di lire di fatturato, e che ne ha fatto? L’ha regalata ai suoi manager. Lui era il «sarto dei grattacieli», cuciva addosso ai grattacieli del mondo vestiti di vetro e metallo. Perché l’ha regalata? Perché la vita si divide in tre fasi: fino ai 25 anni s’impara, fino ai 50 si fa, fino ai 75 s’insegna, «nel senso che bisogna passare a qualcun altro la propria esperienza ». Tra i padroni del mondo, cercate un altro come lui. Non c’è.
Questi 25 personaggi «eccezionali » appartengono al Veneto (come l’autore, veronese, giornalista del Giornale e collaboratore di Panorama), e compongono un Veneto «eccezionale ». Ma tutti sforano la dimensione regionale, e assurgono a una rilevanza nazionale o ultra. Eugenio Benetazzo è un operatore di Borsa indipendente, insegna come salvare i soldi in tempo di crisi, ed è convinto che globalizzazione=sodomizzazione. Angelo Bonfanti ha creato una cooperativa dove fa lavorare i matti, quelli che noi chiamiamo matti: stavo per scrivere «li cura», ma lui non s’illude di guarirli, si accontenta di portarli al loro livello di normalità. Carla Corso è la prostituta che lo fa per i soldi (perché, le altre no?), e alla domanda: «Se sua figlia volesse fare la prostituta?», risponde onestamente: «Ci penserei un attimo» (forse un attimo non basta).
Ci sono i nostalgici della Serenissima: Flavio Contin, uno dell’assalto al campanile di San Marco; Stelvio Costantini, decano dei gondolieri; Ranieri da Mosto, che tiene i conti di quanti soldi deve restituire la Francia al Veneto per le ruberie di Napoleone (dice: 1033 miliardi di euro. Li vuole da Sarkozy). Witige Gaddi, il marinaio che tiene il capanno della laguna di Grado dove sostavano Hemingway, Romiti, Polanski, Baggio, e tanti altri, lui dice «perché non si paga». Milo Manara svela una tristezza che non m’aspettavo, alla domanda: «A cosa serve il sesso?», risponde: «Alla riproduzione; ma oggi io mi trovo nella situazione di Jack Nickolson, quando diceva: sto bene, ma giocano a bowling nella mia corsia e vedo i birilli cadere intorno ame».
È complicato citarli tutti, Fulvio Roiter immenso fotografo di Venezia, Gino Seguso maestro vetraio di Murano, Giulio Tamassia che si finge Giulietta e da Verona risponde alle lettere del mondo eccetera. Vengono fuori migliaia di misteri sul Veneto. Io, che vivo qui, non li conoscevo. È tutto nuovo, anche per me. La specialità del popolo veneto è una premessa alla sua separatezza? Cito un aneddoto, che forse anche Lorenzetto conosce. Quando era in atto l’assalto dei Serenissimi al campanile di San Marco, per stanarli fu mandato un carabiniere meridionale, in collegamento-radio col suo capitano. Ordina: «Alt!», «No sparè no sparè», invocano quelli; «Capitano, sono greci», informa il carabiniere, e poi: «Mani in alto!», «Ghémo i cai ’nte ’e man», «No capitano, sono tedeschi». Il Veneto patisce questa incomprensibilità, che lo rende misterioso, buio e disprezzato. In quel mistero, in quel buio Lorenzetto s’aggira con occhiali a infrarossi. E vede tutto.

 


 


 

2 ottobre 2010

Il Cuor di veneto batte di lavoro

 

di ALBERTO ALFREDO TRISTANO

 

Cuor di veneto, stazza da ciclope. Stefano Lorenzetto è un grande, grosso artigiano del più intimo e immediato fra i generi giornalistici: l’intervista. E proprio sull’impalcatura delle proprie domande e delle altrui risposte ha eretto lo speciale record assegnatogli dal Guinness World Records per la più longeva serie di interviste da una pagina intera, conquistato attraverso quella sorta di saga popolare (per lo più padana, in verità) realizzata nelle ultime cinquecento e più domeniche per la rubrica “Tipi italiani” del Giornale.
I tipi italiani sono persone che ci stanno intorno: gente di affermata, modesta o nulla celebrità, che ci offrono la notizia forse più importante: la loro vita. Perché la ordinarietà non vuol dire mediocrità, e molti di quelli che sui giornali non ci finiranno mai, meritano diecimila battute di racconto che ne fissi l’immagine di eccezioni nella vasta regola dell’anonimato.
Lorenzetto corre lungo l’asse dei suoi tipi per tracciare una galleria di conversazioni (Cuor di veneto, Marsilio, pp. 302) tenute assieme - come indica il titolo - da un tratto anagrafico ma più ancora identitario: gli intervistati son tutti figli del Leone di San Marco. Come un mosaico si compone di tessere, Cuor di veneto si compone di veneti. C’è il regista, c’è il giornalista, c’è il fotografo, il secessionista, la puttana, il precettore, il medico, l’attore. Personaggi più o meno noti di una «regione che fu per oltre un millennio una nazione indipendente, la repubblica in assoluto più longeva fra quelle costituite nel corso dei quattromila anni narrati sui libri di storia». Orgoglio, appartenenza, ma anche alterità di un popolo, «il suo misoneismo, il suo sentirsi sempre e comunque un provinciale fuori posto, il suo disagio sociale che scivola nella vergogna: per la léngoa che gli altri percepiscono come dialetto, per le parole prive delle doppie, per la cadenza cantilenante».
La lunga storia di fasti, povertà, turbo-sviluppo, autonomia, leghe, beghe, dialetto, peccati e santità che appartiene al Nord-est (quello che «recita bilanci come rosari», sintetizzò efficacemente Giorgio Lago) tambureggia nelle biografie in forma di interviste che Lorenzetto mette in fila. Ma più di tutte raccoglie l’anima del libro quella conversazione che l’autore pone a principio di tutte, camuffandola sotto forma d’introduzione. È la conversazione che Lorenzetto intrattiene con se stesso, riversandola in un fiume di parole (una cinquantina di pagine), restituendo il senso della fede in quel vangelo civile che si chiama lavoro e che Lorenzetto attribuisce a sé e ai suoi.
Con un certo gusto si scorrono passaggi come: «È sabato e sto lavorando. Domani farò lo stesso. Sarebbe peccato, lo so. Ma il precetto festivo contempla il giusto svago e non è colpa mia se l’unico hobby che coltivo è questo, il lavoro». «Tempo libero non ne ho e non saprei che farmene. Ho lavorato la vigilia di Natale e, lo stretto indispensabile, anche a Natale, dopo la messa dell’aurora delle 7.30». «Lavorerò anche a Pasqua, il lunedì dell’Angelo, il 1° maggio - che è la mia festa - e a Ferragosto. Ora che ci rifletto, mi sposai un 30 aprile proprio per approfittare della pausa lavorativa del 1° maggio». Il viaggio di nozze fu al Lido di Venezia, «120 chilometri da casa, fino al 2 maggio. Il 3 ero di nuovo al giornale».
Insomma, il cuor di veneto ci sembra di capire a chi appartenga: a lui, allo stakanovista dalle mille tastiere e dalle comode poltrone. Del perché poi Lorenzetto intervisti Lorenzetto (omettendo le domande e raccordando le sole risposte), la ragione è solo una, ci pare: evidentemente in giro non c’è nessuno bravo a chiedere come lui. Funziona come per certi sarti: i vestiti se li tagliano da sé.

 


 

 

24 settembre 2010

Leggere Lorenzetto e scoprire che ha

un grosso problema: non beve

 

di CAMILLO LANGONE

 

Stefano Lorenzetto ha un problema. Forse non è elegante rivelarlo ma credo che nascondere la testa sotto la sabbia, come fanno gli struzzi, serva soltanto a incancrenire le situazioni. Insomma lo dico: purtroppo Lorenzetto ha il problema del non bere. Lui magari negherà, come le anoressiche negano di non mangiare. Ma secondo me, mi dispiace dirlo di una persona che stimo moltissimo, non beve, o almeno non beve seriamente. Me ne sono accorto leggendo il suo “Cuor di veneto” (Marsilio) che comincia con oltre quaranta pagine di elogio del Popolo Veneto Lavoratore ed è innanzitutto un autoritratto perché l’autore veronese esordisce con l’esibizione del giornalista stakanovista (“Ho lavorato la vigilia di Natale e, lo stretto indispensabile, anche a Natale, dopo la messa dell’aurora delle 7.30. Lavorerò anche a Pasqua, il lunedì dell’Angelo, il 1° maggio e a Ferragosto”) e prosegue raccontando di essere stato un quattordicenne lavoratore, figlio, fratello, nipote e pronipote di grandissimi lavoratori.
Ora mi dico, uno che lavora così tanto quando lo trova il tempo per farsi una bottiglia con gli amici? Qualcuno potrebbe pensare che beva in casa, mentre scrive, alla maniera di Hemingway e mia, ed è qualcuno che non ha letto il libro perché Lorenzetto racconta con dovizia di particolari la sua giornata di articolista incontinente senza mai accennare a un prosecco o a un bardolino, nemmeno di sfuggita. Elenca tutti i ferri del mestiere, i mezzi di produzione passati e presenti, le macchine da scrivere con cui ha cominciato e poi i computer, le tastiere, perfino le poltrone: e le grappe? Non le cita per il semplice motivo che va ad acqua. Chi l’avrebbe detto, una penna così felice. Non mi stupisco affatto che gli manchi la lucidità necessaria (in quelle condizioni io ragionerei anche peggio) per rendere “Cuor di veneto” quello che “Cuor di veneto” doveva e poteva essere: un formidabile sostegno alla causa veneta. Non all’autore ma al maledetto vizio dell’analcolismo attribuisco la responsabilità di un libro che senza volerlo danneggia l’immagine di un popolo già abbastanza incompreso e vilipeso.
Proclami come “non l’Italia, ma il Veneto, è una repubblica fondata sul lavoro” non fanno altro che approfondire il solco tra regione e nazione. Affermazioni come “il lavoro non è nemmeno un dovere, per noi veneti: è il senso stesso del vivere” rischiano di scatenare l’antivenetismo di legioni di disoccupati, pensionati, studenti scaldabanchi e impiegati pubblici. A un certo punto, forse per abuso di Levissima o San Pellegrino, i veneti vengono definiti “i cinesi d’Italia”: ci mancava solo questa, i cinesi non li può soffrire nessuno, paragonarsi a loro significa consegnarsi al ludibrio perpetuo. Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni e che queste fossero più che buone, ottime, lo dimostra l’intervista a Flavio Contin, il capo dei Serenissimi che nel 1997 occuparono il campanile di San Marco: un capitolo che renderebbe secessionista anche Giorgio Napolitano, se soltanto lo leggesse e non avesse la costituzione al posto del cuore.
C’è un momento in cui Lorenzetto sembra essersi fatto almeno uno spritz ed è quando scrive con percepibile commozione della Repubblica di San Marco “con i suoi martiri fucilati, il suo vessillo calpestato, le sue insegne lapidee scalpellate via a una a una dai muri degli edifici storici, i suoi altari profanati, i suoi santi patroni bruciati, i suoi palazzi depredati, i suoi dipinti e i suoi incunaboli trafugati, i suoi beni confiscati da quell’esercito di rivoluzionari francesi…”. Ma l’effetto dura poco perché, ormai lo avete capito, c’è di mezzo il problema del non bere, o del non bere abbastanza, o del bere troppo di rado. Io mi domando che cosa potrebbe diventare Lorenzetto se riuscisse a uscire dal tunnel della sobrietà ed è una domanda retorica perché la risposta ce l’ho qui pronta: diventerebbe il nuovo Sergio Saviane.

 


 

 

24 settembre 2010

Il popolo che ha corretto Cartesio

 

di SILVIA GUIDI

 

Si fa presto a dire Nordest, scrive Stefano Lorenzetto nel suo ultimo libro, Cuor di Veneto, anatomia di un popolo che fu nazione (Venezia, Marsilio, 2010, pagine 304, euro 19). Si fa presto a liquidare una realtà complessa a colpi di slogan, imboccando le scorciatoie dei luoghi comuni, scambiando il profondo nord italiano con la sua caricatura televisiva, ottenuta davanti ai tribunali improvvisati sotto i riflettori come in un’ordalia tribale. «La realtà non è mai piatta e banale, se le si concede sufficiente tempo e attenzione» ha detto proprio in questi giorni lo scrittore canadese Michael O’Brien, e la banalità è negli occhi di chi guarda, lascia capire l’autore.
Per questo Lorenzetto — uno dei giornalisti italiani più abili e raffinati nella difficile arte dell’intervista — stavolta interroga se stesso, usa la propria storia come campione statistico sui generis per aiutare il lettore a capire qualcosa della «veronesità», e riflette su quella strana «droga che ha il sapore di una medicina», che non porta a spendere soldi ma a guadagnarli.
«È sabato — scrive Lorenzetto — e sto lavorando. Domani farò lo stesso. Se davvero la finalità del lavoro è quella di guadagnare il tempo libero, come pensava Aristotele, ho fallito il mio scopo»; evidentemente laboro ergo sum ha sostituito il cogito cartesiano se in vacanza ci si sente «vacui», vuoti, perché si sperimenta il terrore di non esistere. «A pensarci bene — scrive Lorenzetto — il lavoro non è nemmeno un dovere per noi veneti: è il senso stesso del vivere. Solo attraverso il lavoro i veneti stabiliscono le connessioni con la realtà. Una forma espressiva, dunque. Gli schei, più che una gradevole conseguenza del lavoro, sono la misura del valore individuale. Feliciano Benvenuti (...) diceva al mio amico Sandro Boscaini, produttore dell’eccelso amarone Masi: “El veneto el vòl savèr far, prima de far savèr”».
Alternando aneddoti familiari e «chiacchiere da bar», cronaca spicciola e storia con la s maiuscola, dalla disavventura veneta di Goethe — nel 1786 a Malcesine venne scambiato per una spia e rischiò di essere messo in prigione — al pettegolezzo ascoltato dal salumiere sotto casa, Lorenzetto descrive con ironia e affetto «un popolo che fu per 1.100 anni nazione», in grado di diagnosticare con lucidità le proprie malattie: pecunia si uti scis ancilla est, nescis domina («il denaro se lo sai usare è servo, se non lo sai usare è padrone») ammonisce un’antica scritta scolpita su Palazzo Franchini.

 


 

 

15 giugno 2009

Se la medicina è un’opinione

 

di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

 

Per primo viene l’autore, Stefano Lorenzetto, capace e brillante giornalista scrittore che, con una narrazione limpida e grande padronanza del mestiere, velocemente «stana» i protagonisti delle sue interviste - in questo caso ben ventitré luminari della medicina -, li racconta e li fotografa cogliendone il messaggio con la massima chiarezza. Un vero mattatore, insomma, una vecchia volpe dalla quale non si vorrebbe essere intervistati nel caso si avesse qualche sia pur piccola cosa da nascondere.
Poi vengono i luminari che in Si ringrazia per le amorevoli cure prestate, pubblicato da Marsilio (pp. 301, € 18), raccontano di sé, della loro missione e delle loro teorie mediche. Tra i ventitré che l’autore ha fatto parlare figura un po’ di tutto: ci sono dei veri santi, ma forse anche l’uno o l’altro santone, dei sognatori ma anche dei concretissimi amministratori della salute, degli eroi, probabilmente, ma anche dei normalissimi, diligenti lavoratori.
Infine - ed è qui che comincia il problema - ci sono i lettori. I quali, sia quelli ingenui che quelli smagati, rischiano di trovarsi, a libro chiuso, nella condizione di non saper più a chi dare retta. Le teorie esposte con straordinaria passione dai vari medici - tutti o quasi tutti allievi, quando non addirittura docenti, di prestigiose università americane oltre che spesso presenti sulle più autorevoli riviste mediche del mondo - sono, infatti, non raramente, in contraddizione tra loro. Soprattutto per quel che riguarda le più diffuse e temute malattie dei nostri giorni: è cioè cancro e depressione.
Più d’uno sono infatti gli oncologi intervistati, e dove uno - di gran nome come, del resto, anche gli altri - giura esclusivamente sulle cure tradizionali e dunque su chirurgia, radio e chemioterapia, altri puntano, con teorie anche molto convincenti e forti di un gran numero di casi risolti, di malati, cioè, dopo molti anni ancora vivi e vegeti, su antidifterici o addirittura battericidi.
Che farà allora un lettore con un familiare sofferente di cancro, oppure finito egli stesso nello sterminato numero dei pazienti oncologici? Come si orienterà, a chi si affiderà?
Non meno complesso appare il panorama per chi è affetto da attacchi di panico, ansia e altre forme di depressione. A seconda che il luminare sia neurologo oppure psicoanalista, ci sarà chi, per lo stesso malessere, raccomanderà buone dosi di medicinali e chi, invece, sane (e numerose) sedute di psicoanalisi. Lì per lì il lettore, convinto dalla convinzione di ciascun terapeuta, non potrà che via via sposare le diverse tesi, salvo poi, arrivato in fondo alle pagine, non sapere più che pesci pigliare.
Poi ci sono i medici - si sa, molto ricercati di questi tempi - che curano i disordini alimentari, che si ingegnano, cioè, a far dimagrire ciccioni e ciccione, inducendoli a cambiare dieta. E anche tra loro è difficile trovarne due che la pensino alla stessa maniera: c’è chi è promotore del digiuno totale (non più di una decina di giorni, sennò si può morire), chi di un regime composto soltanto da frutta e verdura e chi invece, al grido di «la dieta mediterranea è una solenne boiata», caldeggia le virtù del burro, del lardo e dello strutto, in quanto il tasso di colesterolo nel sangue niente avrebbe a che vedere con i grassi animali.
Ridateci, verrebbe da dire al lettore, i nostri vecchi medici condotti, magari di provincia o di campagna, che navigavano a buon senso e che per far dimagrire uno gli dicevano «mangia meno» e quando un anziano ammalato rifiutava cibo e acqua non lo spedivano in ospedale per attaccarlo a sonde e sondini, ma lo lasciavano a casa e ai familiari dicevano: è finita la benzina... E doppiamente verrebbe da invocarli perché difficilmente mescolavano la politica alla medicina mentre qualcuno di questi grandi famosi la chiama in causa, tanto che l’eventuale paziente, già avvilito e forse frastornato dall’infermità potrebbe anche chiedersi:ma unmedico di destra curerebbe con spassionata dedizione un paziente di sinistra e viceversa?
Se poi si pensa che esistono (non in questo libro) anche medici come quelli attualmente sotto processo per gli «abusi chirurgici » commessi nella clinica milanese di Santa Rita (che nel frattempo ha cambiato nome) il disorientamento non farebbe che aumentare.

 


 

 

6 giugno 2009

Intervista con Ippocrate (o ciò che ne resta),

a cura di Stefano Lorenzetto

 

“Si ringrazia per le amorevoli cure prestate”. La frase di circostanza da necrologio è diventata il titolo dell’ultimo libro di Stefano Lorenzetto. Pubblicato da Marsilio (304 pagine, 18 euro, in libreria dal 10 giugno) si occupa di “medici malattie malesseri” ed è aperto da una prefazione di Lucetta Scaraffia, la quale si augura che “grazie a questo libro, forse, saranno migliori i medici che ci cureranno”.
La frase di circostanza diventata titolo allude alla routine di una medicina dalla quale ci si aspetta moltissimo, sempre di più (ci si aspetta qualcosa di molto vicino all’immortalità, ormai) e che invece è destinata a tradire, a deludere, a fallire, a mostrarsi inefficace, tanto più se pretende di essere onnipotente e se si riduce a sola tecnica. Ma che è tanto più efficace e benemerita quanto più riesce a essere arte, non soltanto scienza, quanto più si rifiuta di dimenticare l’unicità dell’essere umano che ha di fronte. Lorenzetto, editorialista del Giornale e firma di Panorama, narratore pirotecnico di fatti e “tipi italiani”, e formidabile intervistatore (anche questo suo libro è fatto di interviste) spiega subito per quali importanti motivi il mondo della medicina lo attira, da sempre. È per via delle circostanze della sua stessa nascita, segnata da un lungo combattimento per sopravvivere contro una meningite che lo colpì a cinque giorni, dopo essere nato in casa (“uno degli ultimi italiani” a cui sia successo: Lorenzetto è del 1956, e già la clinica e l’ospedale stavano diventando gli unici luoghi deputati al parto). Quella lotta per sopravvivere fu vinta dopo due mesi, passati nello stesso ospedale di Borgo Trento dove si consumerà per Lorenzetto anche l’iniziazione di giovanissimo cronista alla banalità della morte, per chi (medici e infermieri) è costretto a frequentarla quotidianamente, per mestiere.
“La morte è inevitabile; la maggior parte delle malattie gravi non può essere guarita; gli antibiotici non servono per curare l’influenza; le protesi artificiali ogni tanto si rompono; gli ospedali sono luoghi pericolosi; ogni medicamento ha anche effetti secondari; la maggioranza degli interventi medici dà solo benefici marginali e molti non hanno effetto; gli screening producono anche falsi positivi e falsi negativi; esistono modi migliori di spendere i soldi che destinarli ad acquisire tecnologia medico-sanitaria”: questa clamorosa doccia fredda non è farina del sacco di un nostalgico dell’alchimia o delle pozioni magiche. È quanto scriveva dieci anni fa, in un editoriale, il direttore del British Journal of Medicine, Richard Smith. Vale a dire il direttore della più influente rivista accademica del mondo sulle politiche sanitarie, fondata nel 1840 e arrivata fino a oggi con autorevolezza intatta. Ed è con questo bagaglio di sano scetticismo – ma insieme di consapevolezza di quello che, ragionevolmente, si può chiedere a un medico – che Lorenzetto racconta, attraverso il dialogo con medici (tradizionali e anche eretici), storie di ordinaria e straordinaria sanità. Sapendo sempre che l’umanità è “un immenso ospedale in cui ognuno sogna di stare nel letto dell’altro”. Salvo scoprire che, in fondo, si può star bene anche nel proprio.

 


 

 

5 giugno 2009

Lorenzetto indaga il cuore dei medici

 

di CLAUDIO TOSCANI

 

La prima associazione suggerita dal titolo di questo ulteriore libro di Stefano Lorenzetto (Si ringrazia per le amorevoli cure prestate, Marsilio, pagine 304, euro 18,00), in cui il noto giornalista veneto approfondisce il suo apprezzato rapporto personale con i medici e la medicina, è indubbiamente la frase che nei manifesti funebri i parenti si premurano, in genere, di far apparire in margine all’annuncio della scomparsa della persona cara. Il più delle volte criticato o messo sotto accusa, dubitato o sminuito più che compreso nel suo umano limite professionale, in special modo se l’ospedalizzazione o la degenza hanno avuto esito infausto, il ruolo dei medici, come sottolinea la limpida e meditata prefazione di Lucetta Scaraffia, mai come in questo momento è motivo di dibattito poco sereno e ancor meno assentito.
Con il metodo dell’intervista, una buona ventina di medici, tra dottori, professori, aiuti, primari o comprimari, si aprono alle sue domande tra generali, personali o specialistiche, tali da rendere impervio ogni resoconto dettagliato, vuoi per la stessa quantità di risposte articolate e dialettiche, vuoi per la vastità e la profondità degli argomenti trattati. Al punto che ogni dialogo è al tempo stesso una dichiarazione di intenti soggettivi, confidenziali e diretti, ma anche un ventaglio di proposte, prospettive, correzioni o preferenze nei riguardi dell’apparato sanitario nazionale. In presenza di una divorante scientizzazione, da un lato, che spesso e volentieri si sposa al business farmaceutico, e di una istintiva, inesatta, culturalmente annebbiata visione del dolore che sarebbe sempre e comunque da azzerare, i discorsi contenuti in questo libro aiutano a ritrovare fiducia nella medicina e in chi la pratica: persone, quest’ultime, nello loro stragrande maggioranza cosciente della "missione", parola desueta ma di imperfettibile significato umano e morale.
Nell’introduzione, Lorenzetto riassume al lettore la sua vicenda personale, giusta preparazione ai testi presentati e a tutti i temi degli incontri, che si riducono poi a un poliedrico dibattito sulla vita e sulla morte (umanità e mistero) al tavolo della salute: tra spunti di costume, ipnosi dei comportamenti e delle mode, celebrazioni delle tecniche, profondità dei sentimenti vissuti e affetti recisi, tragedie e scandali, banalizzazioni o epifanie: nel senso di svalutanti rimozioni di principi o, al contrario, di rivelanti esperienze esistenziali che, proprio attraverso la malattia e la sofferenza, l’angoscia e la privazione, dimostrano il valore e il merito, la dedizione e la vicinanza, il "cuore" e la competenza di coloro ai quali siamo comunque affidati (sia per la guarigione, sia per l’estremo congedo). Se qualcuno ha fatto esperienza di medici senza sensibilità, questo libro oppone invece abbondanza di esempi di partecipazione al pathos universale di uomini e donne in angustia fisica, psichica o spirituale. Perché curando il corpo si cura l’anima; riconoscendo malattie o malesseri si salva non solo il fisico ma anche la coscienza.
Essenziale il richiamo di Lorenzetto: confidate nei medici, non altri che loro possono evitare il pericolo della raziocinante arroganza di una sanità pragmatica, quando non affaristica, che sembra volere vita o non vita secondo convenienza o ideologia, tecnologia o sentenza: di rado per fedeltà al dono dell’esserci. 

 


 

 

26 ottobre 2007

Un’indagine sulla morte, il tabù

del nostro tempo

 

di MICHELE BRAMBILLA

 

Se vale il principio secondo il quale nessuno può fare a meno di acquistare un libro che lo riguarda, Stefano Lorenzetto venderà sei miliardi e seicento milioni di copie della sua nuova opera. Sei miliardi e seicento milioni: tante quanti sono gli abitanti della Terra. I quali, nessuno escluso, dovranno prima o poi fare i conti con quelle «cose ultime» di cui Lorenzetto si è occupato.
La morte, la «cosa ultima» per eccellenza, è davvero l’unica certezza nel nostro futuro. Nella sola giornata di oggi - ci dicono le statistiche - sessantamila nostri simili si congederanno da questo mondo. Un mondo nel quale noi vivi - voglio dire noi provvisoriamente vivi - non rappresentiamo che un’esigua minoranza. Siamo più di sei miliardi, d’accordo: ma, solo nei quattromila anni della storia che raccontiamo sui libri, sono almeno cento miliardi i «colleghi» che ci hanno preceduti.
Eppure non c’è evento più rimosso di questo. Strano: viviamo un tempo in cui imperversano i futurologi d’ogni specie, ma dell’unico appuntamento certo è proibito parlare. Superato, e da un pezzo, quello del sesso, il nuovo tabù è la morte: tra gente perbene non se ne parla. Per non pensarci ci riempiamo di cose da fare. Addirittura pianifichiamo imprese di lungo termine anche quando i nostri capelli si sono imbiancati da un pezzo. Ma l’agenda è sempre meno ricca di pagine. Perché, nonostante i progressi della scienza, poco o nulla è cambiato dai tempi in cui il salmista scriveva: «Gli anni della nostra vita sono settanta/ ottanta per i più robusti.../ passano presto e noi ci dileguiamo». Settanta anni: venticinquemila giorni o poco più. Fa specie veder definiti «giovani», sui giornali, i politici cinquantenni: non restano loro che 7.300 giorni, 10.950 se saranno tra i più robusti.
«Ci è capitata una curiosa avventura: abbiamo dimenticato che si deve morire», ha scritto anni fa uno storico francese, Pierre Chaunu. È una delle conseguenze della modernità. Abbandonata la speranza religiosa, sperimentato il fallimento dell’utopia positivista di sconfiggere quell’odiosa Signora, l’uomo non ha trovato altra soluzione al problema che far finta che il problema non esista. Discettiamo ogni giorno di politica, di economia, di ecologia, di sociologia: tutte cose importanti, ma che ci forniscono tutt’al più risposte sulle cose penultime, non sulle ultime. Le «cose ultime» che un tempo la Chiesa chiamava «i Novissimi»: morte, giudizio, inferno e paradiso. Questioni ridicolizzate dai sapienti della nostra epoca, che sostengono di parlare in nome della Ragione. Ma su simili temi l’unico prodotto di questa «ragione» è stato il riempirsi di lavoro per non ragionare: «Meglio oprando obliar senza indagarlo/ questo enorme mister dell’universo», suggeriva il Carducci.
Lorenzetto ha avuto il grande merito di «oprar indagando». Ha messo il suo talento di intervistatore al servizio di quell’unica domanda davvero decisiva: c’è qualcosa al di là di quella porta misteriosa? Il Tutto o il Nulla? Ha interrogato uomini e donne che con il mistero della morte - e della vita: è la stessa cosa - hanno scelto di mescolarsi ogni giorno, oppure hanno dovuto fare i conti prima di quanto avessero desiderato.
Tra queste persone che Lorenzetto ha intervistato ce n’è una a me cara, un’amica che ho frequentato nei miei anni comaschi. È una signora di 105 anni, dalle ancora formidabili energie fisiche e intellettuali. Si chiama Carla Porta Musa. Un pomeriggio di un paio di anni fa, a casa sua, mi disse: «Io non ho paura della morte. Come potrei? È la cosa più naturale che ci sia». Eh no cara Carla: naturale è la vita, non la morte. La morte, questa bastarda, è contro-natura, infatti noi non l’accettiamo mai. Naturale è la speranza di infinito, la ricerca di un senso, insomma il desiderio di vita. Quello che - come mi riferisce un amico di Como - ha portato Carla Porta Musa, ieri mattina alle 8, ad attendere l’apertura di una libreria per essere la prima acquirente del libro di Lorenzetto.
La vita: è la vita, e non la morte, a urlare dentro ciascuno di noi. Nel libro di Lorenzetto ci sono altri due miei amici comaschi, Erasmo e Innocente Figini: due fratelli che hanno lasciato che la loro esistenza venisse sconvolta da qualcosa di più grande. Hanno aperto la loro casa a ottanta «figli»: trenta vivono lì con loro, cinquanta sono in affido diurno. Chi glielo ha fatto fare, se non la certezza che la vita non finirà sotto un metro di terra?
I Figini hanno fede, sono cristiani, credono in quel solo Uomo che - dicono - è tornato vivo dal regno dei morti. Lorenzetto questa fede dice di non averla, ma di cercarla. Voglio sperare - per lui e per noi tutti - che siano vere le parole che Blaise Pascal dice di avere udito da Cristo stesso: «Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato».

 


 

 

26 ottobre 2007

Vita, morte e miracoli secondo Lorenzetto

di RENATO FARINA

 

Stefano Lorenzetto racconta le ultime ore del fratello, il suo cenno di saluto con le dita da dietro il vetro, il cercargli invano la mano ancora tiepida quando era stato smistato, avvolto in lenzuola come una mummia, in uno sgabuzzino prima di essere trasferito all’obitorio. Si chiamava Paolo.
Il libro Vita morte e miracoli (Marsilio, pp. 272, euro 16) comincia così: non con la narrazione di una nascita, come sarebbe logico, ma di una morte. Perché la vita è questa attesa. Come prepararsi a questo (tra)passo? Alla morte nostra e a quella delle persone amate, persino dei nostri figli? Sì dei figli, e non si sta parlando di casi sventurati, ma della prole che sperabilmente ci sopravvivrà. Perché bisogna pur dirselo: li mettiamo al mondo, e non si scappa, finiranno lì, se va bene in un letto, a centovent’anni, circondati da nipoti e pronipoti, ma alla fine a tirare l’ultimo fiato e qualcuno li deporrà in un’urna.
Eppure questo libro non è affatto macabro. Non c’è il culto del teschio e delle ossa ma c’è l’idea forte che anche il dolore non viene buttato via, e le tombe non sono il sigillo sul niente, ma hanno una potenza di memoria che aiuta a vivere. Per questo - confessa Lorenzetto - è diventato un collezionista di pellegrinaggi nei cimiteri. A Parigi prima va al cimitero, al Père Lachaise, poi pilucca più volentieri le ostriche. Senza tradizione non siamo niente, senza cura della morte è illusorio pensare di essere persone civili. Non vale la pena neanche di avere appetito, se la morte è chiusa in se stessa, qualcosa da dimenticare a forza. Realismo ragazzi. La morte c’è. Ma anche nel defungere c’è qualche scintilla di luce. E Lorenzetto l’ha rinchiusa nelle testimonianze che ha raccolto. È convincente? Basti dire che non trucca le carte. È un cattolico, ma non esita a prendere per le orecchie un augusto cardinale e a dir la sua sui trapianti. Scrive: «La scienza medica è sempre più affamata di corpi già formati, possibilmente giovani, da ridurre a cavie per il prelievo di organi da trapiantare. (...) Si è considerati defunti non quando il cuore si ferma, l’alito non appanna più uno specchio, il corpo comincia a irrigidirsi, bensì in base a una concezione di legge introdotta in Italia nel 1975, e poi corretta nel 1993, che ha sovvertito la definizione di morte riportata dai dizionari e ha accreditato il discutibile concetto di “morte cerebrale”(...) È diventato lecito e persino auspicabile con apposite campagne di propaganda svolte fin nelle scuole primarie, che una persona in “morte cerebrale” sia espropriata a cuore battente degli organi necessari alla sopravvivenza di un’altra persona». E tira per questo un’inaspettata scoppola all’eutanasia in funzione trapiantizia: «Azzardo una tremenda previsione: i pazienti terminali, che in un futuro sempre più vicino saranno autorizzati anche in Italia a pretendere l’eutanasia con atto testamentario, avranno diritto a una corsia preferenziale qualora decidano di offrire a scopo di trapianto quanto di buono pulsa ancora nei loro corpi malati».
Poi ecco le interviste. Ci sono personaggi straordinari. Qui impariamo segreti a proposito di malattie rare e fecondazioni artificiali, suicidio, sclerosi multipla, vitalità e coscienza dei feti, coma vegetativo. Spesso a essere interrogati sono medici. Lorenzetto non dimentica l’utilità profonda della tristezza e della malinconia. «La tristezza è sacra». Eppure quanta letizia attraversa le parole di gente in pena o che cura persone affette da malattia senza rimedio. Non è una gioia ottusa, ma - vorrei dire - razionale. Lorenzetto ammette: «Non ho abbastanza fede, non credo fino in fondo alla resurrezione». Però è stupito come un bambino da questa promessa: non è tanto male questo mondo, e neanche la morte dev’essere così orribile, se esistono davvero le persone che ha incontrato. In effetti esistono, almeno tre di esse le ho incontrate anch’io. Una è Stefano.

 


 

 

23 giugno 2006

Tante parole, poco buonsenso

di GIORGIO DE RIENZO

 

Ogni tanto non ci farebbe male fermarci a raccogliere le nostre piccole (residue) forze di pensiero per cercare di capire dove stiamo andando così tanto in fretta e perché ci affrettiamo a correre invece di rallentare il passo. Non c’è più spazio per un pensiero forte e quello «debole» ci è ormai venuto a noia. Una possibilità alternativa potrebbe essere intanto quella di regredire nel buon senso, in attesa che qualcuno più dotato arrivi a dispensarci la sua dottrina. Stefano Lorenzetto è un giornalista che sa fermarsi e appunto nel suo Dizionario del buon senso (Marsilio, pagine 245, euro 15) osserva il nostro «paese irreale dall’A alla Zeta».
Piccole cose, per carità. Nulla di trascendentale. Magari anche banalità: condite tuttavia di arguzia e grazia di scrittura. Un esempio. «Abbiamo forzato la natura per ottenere ciò che la natura non poteva darci». Ed ecco il melone a Natale, le fragole d’inverno: sanno di poco ma ci fanno sentire ricchi. «Non basterebbe mangiarle solo in primavera»? Forse le gusteremmo meglio, ma non avremmo il senso di una primizia che non è tale. «L’agricoltura è l’arte di aspettare», ma non «è roba per questa società impaziente, ingorda», che ha perso il senso del tempo e delle proprie stagioni.
Lorenzetto legge la realtà e dà la sua modesta sentenza con pacata discrezione, che riesce tuttavia a graffiare. A Roma muore di freddo una barbona che cercava di sopravvivere accucciandosi, la notte, vicino alla porta della Radio Vaticana. Passa qualche tempo e il direttore di quella radio ricorda la povera senzatetto in una messa di suffragio. «Stavi alla nostra porta. Ci aspetterai in cielo», dice serafico nell’omelia. Ed ecco il commento secco: «Non era meglio farla entrare? Avrebbe aspettato dentro». Il nostro mondo è forse troppo disattento. Si innamora di belle parole, di gesti spettacolari e si dimentica della realtà oppure lo fa apposta per cancellarla quando è sgradita.
Ormai è un’abitudine ai grandi funerali pubblici: si applaude un papa morto, si battono le mani al passaggio delle bare di vittime della guerra o del terrorismo, ma anche di disgrazie naturali o di orrendi omicidi. «Se la morte è “quiete solenne”, come dice Manzoni, “morire per dormire, non altro”, scrive Shakespeare nell’Amleto, è mai possibile che nessuno dei presenti» a queste esequie eccezionali non «si renda conto che un fragoroso applauso può soltanto disturbare il sonno»? Oppure questo battere le mani non si riduce a un esorcismo per cancellare la morte e passare ad altro?
Lorenzetto si fa particolarmente acuto quando fissa lo sguardo nel «vizio di parola» che è tipico dei nostri giorni. «Bisognerebbe che la riforma del codice penale contemplasse un nuovo reato: l’abuso della parola», sostiene semiserio. Non si tratta ovviamente di punire i chiacchieroni: quelli sarà sufficiente non ascoltarli più di tanto. Si tratta di colpire i «mestatori» che mutano significato alle parole, fino a far fare a loro capriole «delittuose» o a svuotarle del loro senso.
Restiamo sul leggero, perché ad andar pesanti ci si potrebbe fare male. «Deportazione» è una parola tristemente legata ai campi di sterminio nazisti. L’«esodo» è quello biblico degli ebrei dall’Egitto. Oggi anche chi subisce un banale sfratto è «deportato» e c’è - e chi non lo sa? - l’«esodo» nei weekend, con tanto di «controesodo» che non fu concesso invece ai giudei.
Ma forse non è necessario sperare in una drastica «decenza del mutismo», basterebbe per il momento abolire l’uso della litote. Lorenzetto segna, puntuale, una piccola vittoria inaspettata. La trova con sorpresa nei quiz per la patente. «La “variazione altimetrica” è tornata a essere un “marciapiede”. La “intersezione con una subordinata” è stata felicemente declassata a “incrocio”... La “cunetta” e il “dosso” hanno finito di rappresentare “anomalie altimetriche concave e convesse”». Si può dunque sperare, a patto di accontentarsi ben inteso per ora del semplice buon senso.
 


 

 

26 maggio 2006

L’allegra parata dei luoghi comuni

di MARIO CERVI
 

Ci vuole coraggio per scrivere un Dizionario del buon senso. Il buon senso non gode di buona fama negli ambienti letterari che contano, viene assimilato alla mediocrità, all’ovvio, al banale, perfino al volgare. Gli è toccata la stessa sorte del «perbenismo» e della «maggioranza silenziosa», insomma di tutti quegli atteggiamenti e stati d’animo che sono condivisi da milioni di brave persone, ma che suscitano nei fustigatori dei costumi ire funeste.
Il buon senso vorrebbe che si preferisse avere a fianco un Garrone, su un vagone della metropolitana in piena notte, piuttosto che un Franti. Ma Umberto Eco ha sentenziato, con il suo talento, che Garrone è odioso, e un coro di gente colta ha assentito, viva Franti. Stefano Lorenzetto è d’altra pasta: e nelle voci di questo suo Dizionario, edito da Marsilio, passa al microscopio «il Paese irreale dalla A alla Z», ossia da «adottare» a «Zurlì». Ogni lettera di questo itinerario, apparentemente svagato e in verità molto oculato, offre divertimento, informazioni, sorprese.
Tante volte ciascuno di noi si è soffermato su aspetti grotteschi della quotidianità italiana, ma senza andare oltre. Lorenzetto va oltre. Gli applausi ai funerali (una moda risalente secondo lui al 1973)? «È una moda che s’iscrive perfettamente nella preoccupazione di non alludere mai al cordoglio. Infatti se scatta il battimano, significa che ci troviamo ancora nei paraggi del varietà. Carràmba, che sorpresa!». I personaggi finiti, per un qualsivoglia motivo, sotto i riflettori della notorietà, non sfuggono alle attenzioni di Lorenzetto: che quasi mai è iracondo, anzi ha molta comprensione per le miserie umane, ma insomma la pazienza ha un limite e lui non fa sconti. Il Dalai Lama viene in Italia, e il puntiglioso autore del Dizionario gli addebita incontri con D’Alema, Veltroni, Cofferati, D’Antoni, Larizza, Fini, Tremaglia, Roby Baggio. Inoltre una cena a Milano con Marco Tronchetti Provera e Ignazio La Russa e una esibizione al Palalido seguita da «Sergio Cusani, Jovanotti, Ornella Vanoni, Carla Fracci e altri cinquemila». Troppo per un asceta. Troppo per chiunque.
Cambiamo totalmente settore. Il giudice Gennaro Francione del Tribunale di Roma ha prosciolto quattro extracomunitari che vendevano cd falsi, riconoscendo loro l’esimente dello stato di necessità. Lorenzetto ha voluto saperne di più sulla personalità di questo magistrato che si definisce «poliedrico artista ed eclettico operatore culturale», che è pittore patafisico, che ha dato alle stampe saggi come Domineddracula e De merda, il secondo dedicato alla «fecacultura del poeta anarchico Raul Karelia». Vorrei trascrivere tutte le note biografiche sul dottor Francione - un capolavoro - ma ruberei troppo spazio alla recensione, e troppo pepe alla vostra lettura. Sappiate che Lorenzetto voleva intervistare l’insigne pensatore del De merda, ma gli vennero imposte tali e tante condizioni - Solzenicyn non se le sarebbe neppure sognate - che rinunciò.
Mi sono soffermato - procedo anch’io, nelle citazioni, per ordine alfabetico - su «Futuro». Ossia sulla fosca previsione di 19 ricercatori - segnalata da Repubblica - che è riassunta in questo titolo: «Animali e piante senza futuro, un quarto estinto tra 50 anni». Lorenzetto sottolinea la futilità di queste anticipazioni. Aggiungo, a conferma del suo saggio scetticismo, la storiella dello scienziato londinese che sul finire dell’Ottocento aveva stabilito - calcolando l’incremento delle carrozze e dei carri a cavalli, e delle deiezioni lasciate dagli animali - che nel 1920 la città sarebbe stata ricoperta dallo sterco. Al suo meticoloso studio mancava una piccola incognita, l’automobile.
Proseguiamo. Infastidito, chi non lo è, dal proliferare delle lauree honoris causa - una tra l’altro a Vasco Rossi, e non parliamo delle lezioni universitarie di canzonettisti e conduttori tv - Lorenzetto ricorda che dei sei Nobel italiani per la letteratura solo due, Carducci e Pirandello, avevano la laurea, e che senza laurea erano nomi famosi della cultura. Non l’avevano né Montale, né D’Annunzio, né Verga, né Benedetto Croce.
Spulciatore instancabile di quotidiani, Lorenzetto ha puntato l’occhio sulle offerte di lavoro. Cercansi: key account manager, buyer, controller, system engineer, broker, seasonal cabin attendant, etc. Su The Times? No, sul Corriere della Sera. Eppure gli equivalenti italiani esistevano. Una riflessione amara ma verissima: i matrimoni di oggi durano meno del fidanzamenti. Ci sono morosi che si frequentano anche per dieci, quindici anni, prima di sposarsi. Poi si sposano «e in capo a 36 mesi sono già separati». Poche righe per enunciare una situazione che i sociologi professionisti avvolgono in tonnellate di chiacchiere inutili.
Allo stesso modo sembrano a Lorenzetto chiacchiere inutili - e anche a me - quelle con cui certi ambientalisti negano che il loro no al nucleare ha pregiudicato l’autonomia energetica e lo sviluppo dell’Italia (vedi poche ma sentite righe dedicate all’onorevole Ermete Realacci). E poi un grazie a Lorenzetto per avere ricordato Cesare Marchi, scrittore, divulgatore di gastronomia, piacevolissimo commensale: anche un po’ goloso tanto che lo chiamavamo «la volpe del dessert».
Chiudo con due rapide citazioni. La prima riguarda un appunto di Lorenzetto, moralista amabile, a Michele Serra, moralista arcigno. Serra s’era scagliato contro la «colonizzazione pubblicitaria» della Rai e lo Stefano implacabile gli rinfaccia d’essere stato protagonista, collaboratore, ospite o giullare in 33 trasmissioni corredate da pubblicità invadente.
A suggello, questo godibilissimo abbecedario ha un’invocazione: «Aiuto! Salvateci dai tavoli che si aprono!». Per qualsiasi problema si vuole aprire un tavolo. Lo si farà, vedrete, anche per il ponte sullo Stretto e per la Tav. Basta. Lorenzetto aiutaci tu.

 


 

 

11 giugno 2004

Ritratti di un’Italia santa e cialtrona

di PAOLO GUZZANTI

 

Da collega a collega: il sentimento più forte che provo per Stefano Lorenzetto è l’invidia. Una invidia rotonda, profonda, etica ed estetica. Rotonda e profonda perché tutto quello che fa lui, che lui scrive e indaga e cerca e trova, vorrei come i bambini averlo cercato e scritto io. Etica, perché Lorenzetto è di quelli che ti fanno sentire in colpa: è un pittore ritrattista psicologo esperto svagato e preciso, che produce arte sotto forma di giornalismo, il quale giornalismo arte non è. Chi sta nella broda della politica, chi si illude di andare in canoa sulle rapide della storia, o almeno della cronacona, perde di vista ciò che lui invece vede.
Insomma, Stefano si è ritagliato il mestiere del puro, che si è fatto monaco dopo aver vissuto nel bordello delle redazioni, dei menabò e delle fotografie, didascalie, urla e ferraglie del mestiere e si è ritirato nell’eremo della verità colta trapassando il cuore della gente e la mente e la storia dei suoi Tipi italiani.
E poi invidia estetica: come Busi ha scritto e come Sergio Romano ha certificato (scusate se è poco) ciò che esce dalla sua penna e dalla sua distesa lenzuolata, è senz’altro arte, figlia dell’arte di un padre artigiano. Troppo banale avanzare l’ovvia ipotesi che il vero tipo italiano sia lui, ma va detta: il suo giornalismo, che adesso è rappresentato in una collezione di 25 vite di tipi italiani appena edite da Marsilio con prefazione di Giovanni Minoli (un altro che di interviste se ne intende), è un giornalismo da bottega rinascimentale, un giornalismo che va per cascine, che scende dirupi e che scrive stretto, perfetto, molato. Beato lui. A me tocca la maledizione di correre come un dannato, rovesciarmi tumultuosamente sul fatto politico, mitragliare la tastiera con le mie uniche due dita da battitura e via, fiondare il malloppo via internet direttamente in tipografia. Ed è per questo che leggo le sue perfette paginate piene di libertà e mestiere, e godendo soffro. La mia sofferenza per il suo talento ben speso, misura la mia ammirazione per lui e per il suo coraggio nel prendere le distanze, nel pretendere un vallo fra se stesso e la produzione del suo ingegno.
Questa collezione di venticinque ritratti è certamente un unico ritratto di un’Italia a sorpresa, viva sotto le ceneri, capace di sentimenti e di cialtronaggine, sontuosa e presuntuosa e pretestuosa. C’è tutto il sangue con il Dna di un Paese che è questo Paese e che non potrebbe essere né Francia né America, né Germania né Russia. Sospetto che questi ritratti d’Italia siano intraducibili all’estero, anche se traslati in lingua forestiera, perché sono tutti autoritratti intimi della sopravvivenza italiana, dei suoi delicati mostri, delle sue inconfessate confessioni, le sue sfide continue alla modestia e all’immodestia, intrise di carità, di cinismo, di follia delicata o terribile (anche grottesca, ma mai volgare). Siamo abituati a leggere certi racconti dell’America profonda, la trilogia di Philip Roth che modula i suoi «tipi americani», ma i ritratti di quel che è vivo e antico e permanente di una nazione attraverso le storie di uomini non illustri, sono un’altra cosa e sono esattamente quel che fa di Stefano Lorenzetto il tipo italiano di scrittore che confina a Nord con Soldati e a Sud con Sciascia, ma sempre da giornalista, da esperto del giornale, con questa fantastica arroganza di aver preteso, ottenuto, coltivato, disegnato, decorato, una pagina, anzi una paginata, uno spazio spropositato e però perfettamente a misura.
E qui due parole sulla misura dello scrivere, avendo letto e immagazzinato la lezione di Lorenzetto: il giornalismo corto, il giornalismo didascalico, quello tagliabile come la pizza, è il nostro nemico di oggi, è il cascame in carta stampata di quel che la cattiva televisione (cioè quasi tutta la televisione) vomita dalle cloache dei teleschermi. Il giornalismo dei veri giornalisti è quello lungo, ampio, prepotente, arrogante, dilagante (lo so, parlo «anche» pro domo mea, ma è Stefano che me ne dà il coraggio impudico), quello in cui ti perdi, ti ritrovi, ti infuri, ma non ti addormenti, non sbadigli. È il giornalismo di chi sa che l’attenzione del lettore ha bisogno di un elettroshock ogni venti secondi, sennò va in coma e gira la pagina, è il giornalismo di chi ha il fegato di sfidare il conformismo politicamente corretto.
I ritratti di Lorenzetto non sono da pugni e schiaffi, ma ritraggono un’Italia che è anche da pugni e schiaffi, pietosa e impietosa, dolcemente ridicola o edificante, incredibile, santa o immorale a seconda delle circostanze. Lui tiene le distanze e la barra in una navigazione che, in altre mani, naufragherebbe nella retorica e nel prevedibile. Invece sta stretto sulle domande e chiuso nelle risposte. Anche la stravaganza sta nello spartito come la frase musicale. Inutile dire, ma anzi è utilissimo, che questa dose forte di Tipi italiani offre quattro ore cronometrate di lettura che ti raddrizza i neuroni piegati e ti fa godere specialmente quando ti fa soffrire, e ti fa soffrire ogni volta che in quei tipi che lui cerca, trova e fissa con la parola, tu ritrovi un pezzo della tua gente e dunque anche di te stesso. Ma al tempo stesso ti offre prospettiva e distanza e via d’uscita, affinché, come ogni italiano che si rispetti, possa anche giocare a fare l’anti italiano, o l’arci italiano che è lo stesso.
 


 

 

10 febbraio 2000

Il cacciatore dei Vip perduti

di STENIO SOLINAS

 

Da vicedirettore vicario di questo quotidiano, Stefano Lorenzetto era l’incubo dei suoi colleghi. Munito di un videoterminale che sembrava una portaerei, faceva quadrare i sommari, pareggiava le didascalie, ritoccava gli occhielli, cassava gli anacoluti, correggeva l’ortografia... Di fronte a un grisé o a un titolo in negativo, aveva la reazione di un bambino: «Qui ci vuole un New Aster condensato al 70 per cento, out-line profilato con ombreggiatura nera a un punto», diceva entusiasta picchiando sui comandi e maneggiando il mouse come fosse una mitragliatrice. «Secondo te, non è meglio controllare la scala orizzontale del titolo e i filetti?», chiedeva retoricamente a chi, era evidente, non aveva ancora capito la differenza tra un computer e una macchina da scrivere. Gli si voleva bene perché era simpatico, era insopportabile perché più bravo.
Da giornalista-scrittore di questo giornale, Stefano Lorenzetto è la gioia dei suoi lettori. Che vada a ripescare un politico scomparso, un cantante decaduto, un presentatore pensionato, lo riporta sulla scena come se non se ne fosse mai andato: ce lo riconsegna visivamente, con tutti i tic, le manie, le incongruenze, le miserie e le grandezze di quando teneva banco. Riesce a farsi raccontare ogni cosa, facendo finta di non voler sapere niente. Dimenticati raccoglie trentuno dei ritratti eccellenti che via via l’autore ha squadernato sulle pagine del Giornale in poco più di un anno: riuniti in volume, fanno ancora più effetto, perché concorrono a ricreare l’identikit di un’Italia svanita e che pure, fino all’altro ieri, sembrava immarcescibile.
A volte, gli basta un accenno, una descrizione, una confessione sofferta o un’orgogliosa affermazione, per farci capire con chi abbiamo a che fare. Severino Citaristi e consorte, «lei così piccola, lui così esile, davanti alla ribalta aperta del cassettone trasformato in altare», dove ci sono le foto di figlia e nipotino scomparsi, la signora che «cambia posizione alle cornici d’argento, un pochino più a destra, poi di nuovo al centro, prima le inclina come se dovessero guardarsi, poi le raddrizza, ora più distanti, ora più vicine, infine quasi a sfiorarsi», escono per quello che sono: una coppia per bene, maciullata dalla propria debolezza, da un partito e dalla stampa. L’onorevole Ferri, quello del divieto di superare i 110 chilometri all’ora, che si lascia andare: «Le confesso che la mia vera vocazione sarebbe stata quella di fare l’attore», è la prova provata che questo è un Paese dove i politici possono essere clown e i clown possono fare politica. La lezione di giornalismo di Gianfranco Funari: «Se mi avessero ascoltato, avrei fatto grande L’Indipendente. Bastava spostare la redazione da Milano, dove ci sono tanti giornali, a Torino, dove c’è soltanto La Stampa», è degna del teatro dell’assurdo di Ionesco. E se avesse messo i cronisti su una piattaforma in mezzo al Mediterraneo, cosa avrebbe fatto? Il New York Times?
Ce n’è per tutti i gusti. Il simpatico Jader Jacobelli, la camomilla di Tribuna politica, era così imparziale, racconta, da «votare partiti sempre diversi, a rotazione. Non volevo che uno pigliasse il sopravvento sugli altri». Machiavelli, Guicciardini o Ridolini? Luciano Lutring, il «solista del mitra», era così impegnato a recitare da duro che «mentre ballavo alle donne ci facevo sentire la canna della Smith & Wesson, invece dell’altra pistola, non so se rendo l’idea. Dica lei se si può essere più imbecilli». Si può, ma occorre un certo sforzo. Giovanni Valentini, oggi editorialista della Repubblica, un tempo direttore dell’Espresso, aveva a casa, «una magione enorme» racconta Sergio Saviane, «un’imponente libreria». Il suo editore «abbagliato, tirò giù il dorso della Chartreuse di Stendhal. Ma anziché un volume gli cadde addosso una cassetta. Erano libri di falegnameria, messi lassù per bellezza». Quando si dice una scrittura legnosa.
Il colonnello Amos Spiazzi, 25 anni di incubi giudiziari, tra le tante accuse ebbe anche quella di avere nascosto «nella cantina di mia madre un ordigno nucleare. Perso in mare da un bombardiere americano sulla costa spagnola e recuperato dai falangisti che me lo avrebbero spedito qui a Verona. Al momento del golpe l’avremmo sganciato sul Vaticano se non ci fosse stato consegnato il potere. Prima, per far vedere che non scherzavamo, avremmo lanciato trenta paracadutisti su Montecitorio. Portati nel cielo di Roma su un Macchi 416. Peccato che si tratti di un aereo biposto». Credete che basti? I giudici che indagavano ci pensarono su e poi decisero che avrebbe «potuto trasportare un parà alla volta, facendo la spola con l’aeroporto di Boscomantico, cinquecento chilometri più a nord». A volte il dottor Stranamore indossa la toga e va a palazzo di giustizia.
Qualche ritratto provoca se non compassione, rispetto. Valerio Zanone, di cui chi scrive non aveva, come politico, una grande opinione, dimostra una lucidità nell’analisi e un contegno che colpiscono. E non gli manca il senso dell’umorismo: si dimise da sindaco di Torino consigliandosi «con il mio cane Condor, un pastore tedesco. Peccato sia morto. Discutevo volentieri con lui: era l’unico che mi dava ragione anche quando avevo torto». E ancora: «Sto con me stesso. E non posso neppure affermare di gradire la compagnia». Qualche altro conferma radicati giudizi sulla pochezza della classe politica che ci ha governato. Interrogato sulle sue scelte elettorali, Mario Tanassi risponde: «Per i socialisti democratici». «Allora per L’Ulivo, l’alleanza degli ex comunisti, i suoi nemici». «No, no, un momento, aspetti. Forse per Dini». «Anche lui alleato con gli ex comunisti». «No, no. Oh signore! Ma allora per chi ho votato? Mah, con tutte quelle liste... ».
Difficile dire se in politica, nella cronaca, nel costume, si stava meglio quando si stava peggio. Di quasi nessuno di questi «dimenticati», si sente la mancanza. Ma non è che nel cambio ci sia stato un passo avanti. L’ex dc Piccoli non valeva di meno del Castagnetti che guida i popolari, per un Funari che retrocede c’è un Fazio che avanza, Lady golpe Donatella Di Rosa non abita più qui, ma Stefania Ariosto lotta sempre insieme a noi... Per tutti questi eroi del nostro tempo, Lorenzetto ha la pietas che nasce dal cuore semplice di chi conosce il mondo. Non giudica, racconta. Come Flaubert, anche lui è «fasciné par la bêtise». La «prevalenza del cretino» è uno spettacolo senza pari.
 


 

 

7 luglio 1999

È inimitabile nel ritrarre la gente

di EDITOR

 

Prima di redigere le motivazioni del premio di giornalista del mese a Stefano Lorenzetto de il Giornale, debbo fare una premessa. Lorenzetto, al pari di Gian Antonio Stella, fa parte dell’Olimpo del giornalismo italiano. Entrambi stanno tra i piedi a chiunque abbia il compito, come me, di premiare un giornalista. E stanno tra i piedi perché andrebbero premiati tutti i mesi. Dare loro il premio a febbraio, a maggio o a settembre è la stessa cosa. Sarebbe sempre motivato perché quasi ogni volta che scrivono redigono un capolavoro.
Se in Italia esistessero dei master di giornalismo degni di questo nome, Lorenzetto e Stella andrebbero precettati una settimana al mese e coperti d’oro per far imparare, ai pochi fortunati, questo mestiere che, sui loro computer, sconfina nell’arte.
Ma veniamo al dunque. Premio Lorenzetto questo mese (e non nei mesi precedenti) perché in giugno (il 23) ha scritto un pezzo meno lungo del solito e quindi più facilmente ripubblicabile. Per quanto il direttore di ItaliaOggi, Pierluigi Magnaschi, mi voglia bene e per quanto, anche lui, apprezzi oltremisura il talento giornalistico di Lorenzetto, non è disposto a dedicargli gran parte dello spazio di questo supplemento di MarketingOggi.
Dovevo quindi per forza, per poterlo premiare, intercettare un Lorenzetto momentaneamente sobrio di parole. Ma non vorrei essere frainteso. Non dico certo che Lorenzetto sia uno sbrodolone come qualche suo collega de il Giornale. Lorenzetto scrive le parole che ci vogliono. Non una in più. Sono infatti del parere di Nino Nutrizio, il leggendario direttore de La Notte (che era così bravo che, essendo lui fascista, scriveva dei fondi che venivano attesi e divorati con passione dai metalmeccanici di sinistra). Ebbene, Nutrizio diceva: «Non ci sono articoli brevi e articoli lunghi. Ma articoli che si leggono fino in fondo e articoli che si abbandonano prima. I primi sono dei begli articoli, i secondi no».
Lorenzetto è un giornalista maratoneta. Ha bisogno di spazio per esprimersi al meglio. Se fosse stato pittore avrebbe affrescato le pareti delle cattedrali e avrebbe disertato i quadretti. Il personaggio di cui lui vuol parlare, che vuol ritrarre, lo studia a lungo, ne individua le caratteristiche, le manie, i tic fisici e lessicali. E poi lo ritrae con minute pennellate di parole.
Lorenzetto infatti è uno che ama portare la vita nella pagine dei giornali. In quotidiani colpevolmente tutti uguali (perché, allora, acquistarne più di uno?) Lorenzetto marca la differenza. Racconta, a modo suo, la gente. Smitizza i personaggi.
Il protagonista dell’articolo premiato, per esempio, è uno stravagante che viene ritratto con grande attenzione. Lorenzetto non si impegna solo con i grandi della cronaca ma si dedica totalmente anche ai personaggi umili e maldestri ma comunque significativi di un’Italia che cambia. Sgangheratamente, magari. Ma che cambia.
Lorenzetto, con la sua prosa asciutta e il suo sguardo stupito, vuol prima capire per poi far capire. Non ha tesi da svolgere, teoremi da sviluppare, idee da imporre. Il suo non è lo sguardo febbrile del profeta o dell’agitatore ma l’occhio curioso di un Piero Chiara educato dalle letture appassionate di Dino Buzzati e allevato nell’amicizia rasserenante di Cesare Marchi, suo vicino di casa.
Lorenzetto è un giornalista importante anche perché non si prende sul serio. I protagonisti dei suoi articoli (lo si avverte anche in quello ritratto in questa stessa pagina) sono a loro agio con Lorenzetto. Si confessano, si confidano. Vuotano il sacco. E Lorenzetto, come quei cercatori di funghi che sono stati fortunati, versa a sua volta il sacco davanti ai suoi lettori che, senza ancora saper bene di che cosa si tratta, hanno già l’acquolina in bocca.
 
 

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